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A questo punto bisogna analizzare gli aspetti che contraddistinguono il consenso informato e il suo contenuto da parte del medico. Innanzitutto, il consenso informato legittima l’attività del medico solo nel caso in cui non vi siano azioni violente, dolose, o veri e propri errori.

L’art. 5 del cod. civ. è la garanzia civile inerente la tutela della integrità fisica; in merito a ciò la legge ha specificato che “le azioni di poter disporre del proprio corpo vengono proibite se determinano una diminuzione permanente dell’integrità fisica, o nel caso in cui si oppongano alla legge, all’ordine pubblico e al decoro”.

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Tuttavia, è alquanto impossibile curare una persona senza la violazione della propria integrità fisica e psichica; a legittimare l’azione del medico è il consenso da parte del paziente, ovvero la scriminante del consenso di chi ne possiede il diritto ex art. 50 cp.

Il consenso viene ritenuto come gesto che autorizza ad invadere la sfera personale di un’altra persona a livello giuridico, e che motiva e giustifica le azioni lesive.

Il consenso libero e informato da parte del paziente è una regola giurisprudenziale che non può essere evitata quando lo stesso deve sottoporsi ad interventi sia terapeutici, estetici e sperimentali che possono determinare delle azioni invasive nella propria sfera giuridica.

Ecco perché il dibattito più frequente inerisce proprio il carattere giuridico da attribuire al consenso: per alcuni, il consenso viene ritenuto come una manifestazione negoziale di volontà (negozio unilaterale ovvero contratto di prestazione d’opera); per altri il consenso è considerato come un’azione giuridica che ha valore di autorizzazione.

La prima tesi è criticata in quanto attribuisce al consenso un qualità patrimoniale; invece, il consenso è un atto di autodeterminazione dell’individuo che non può avere una simile caratteristica.